Rivista 2017/18

N°.6/2017: Dall'Evangelii gaudium all'Amoris Laetitia

Papa Francesco, con la parola e con l’esempio, sta autorevolmente aiutando la Chiesa a proseguire con decisione e coraggio nel cammino di “conversione pastorale”.
Affievolendosi l’annuncio del Vangelo è rimasta, per molti, la sacramentalizzazione, vale a dire la celebrazione dei sacramenti, vissuti come tradizione, ma con poca incidenza nella vita.
A questo va aggiunto il processo di secolarizzazione, di scristianizzazione, di relativismo, di indifferenza o di opposizione al Vangelo, come Papa Francesco evidenzia nella Lettera Apostolica, Misericordia et Misera: “Dio stesso rimane oggi uno sconosciuto per molti; ciò rappresenta la più grande povertà e il maggior ostacolo al riconoscimento della dignità inviolabile della vita umana” (MM 18).
Il nostro tempo è drammatico e insieme affascinante. Mentre da un lato gli uomini sembrano rincorrere la prosperità materiale e immergersi sempre più nel materialismo consumistico, dall’altro manifestano l’angosciosa ricerca di significato, il bisogno di interiorità, della dimensione spirituale della vita come antidoto alla disumanizzazione (cfr. Redemptoris Missio 38).
La Chiesa ha un immenso patrimonio spirituale da offrire all’umanità annunciando Cristo che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
La fase di delicato cambiamento culturale, che la società sta attraversando, richiede un supplemento di fiducia e di audacia missionaria.
Fiducia nella parola di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15) e audacia missionaria sull’esempio dell’apostolo Paolo “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16).
Papa Francesco a questo ci invita e ci sollecita.
Nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, mette bene in evidenza che: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” ( EG 1).
Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più.
È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società.
Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze, del novembre 2016, dove sono state enunciate le cinque vie per un nuovo umanesimo: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, con molta enfasi ha detto: “Una Chiesa che presenta questi tre tratti - umiltà, disinteresse, beatitudine - è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (EG 49)”.
E ancora: “La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del si è fatto sempre così. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità” (EG 33).
Nel Discorso all’episcopato brasiliano, nell’Arcivescovado di Rio de Janeiro, il 27 luglio 2013, diceva: “Sulla conversione pastorale vorrei ricordare che “pastorale” non è altra cosa che l’esercizio della maternità della Chiesa. Essa genera, allatta, fa crescere, corregge, alimenta, conduce per mano. Serve allora una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c’è poco da fare oggi per sentirsi in un mondo di “feriti”, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore”.
Papa Francesco tracciando un cammino che si basa sul binomio Evangelizzazione/Chiesa missionaria, invita tutta la Chiesa a mettersi in movimento e a uscire, materialmente parlando dalle proprie sicurezze.
La Chiesa, per sua natura, non può non essere missionaria, lo aveva ben evidenziato Paolo VI nella Evangelii nuntiandi: “Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio” (EN 14).
Il continuo rinnovamento della Chiesa è dunque strettamente necessario all’adempimento del comandamento del Signore di annunciare il Vangelo fino agli estremi confini della terra che è in continuo cambiamento. E bisogna ripartire dal primo annuncio del Vangelo. “Cristiani non si nasce, si diventa” (Tertulliano, Apologetico 18,4).
È una affermazione particolarmente attuale, perché oggi siamo in mezzo a pervasivi processi di scristianizzazione, che generano indifferenza e agnosticismo. Non si può più dare per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il Vangelo, che si abbia una qualche esperienza di Chiesa.
Vale per fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni.
C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo. Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali.
Nell’Evangelii gaudium (cf nn.34-35) il Papa dice che l’annuncio deve concentrarsi sull’essenziale e l’essenziale è quello che è più bello, più grande, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario, poiché tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del vangelo.
In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.
Nella parabola del pastore e della pecora perduta e ritrovata, Gesù si preoccupa di mostrare che, per il pastore, anche una sola pecora è tanto importante da indurlo a lasciare tutte le altre nel deserto, per andare a cercare l’unica che si è smarrita; e quando la ritrova, prova una grande gioia e vuole che la sua gioia sia condivisa (cfr Lc 15,4-7).
Il pastore Gesù è la trasparenza dell’amore di Dio, che non abbandona nessuno, ma cerca tutti e ciascuno con passione. Tutte le scelte pastorali hanno la loro radice in quest’immagine evangelica di ardente missionarietà.
Quali frutti attendere allora dalla missione?
Il passaggio da una fede per sentito dire ad una scelta personale di Cristo.
Il passaggio da una Chiesa che conserva l’esistente ad una Chiesa missionaria che annuncia e che testimonia con gioia la fede in Gesù Cristo.
Che la Chiesa diventi, in modo più tangibile, comunità. Che si consolidi l’unità tra i cristiani.
Che la Chiesa dialoghi con il mondo.
La Chiesa “in uscita”, e non arroccata su se stessa, che il Papa prospetta nella Evangelii Gaudium è la comunità, auspicata in Amoris laetitia, che “fa strada” con le persone, prendendole per mano dal punto in cui sono verso la meta.
La chiesa desidera “fare strada” con le famiglie, perché siano le famiglie stesse a prendere per mano le altre famiglie – assumendone le fragilità materiali, affettive, morali e spirituali – e incoraggiarle a camminare verso il Signore.
Siamo chiamati a una pastorale della conversione: dove la meta, la dottrina, rimane la stessa, ma viene evidenziata la necessità di accompagnare verso la meta e non di sedersi alla meta per additare la posizione di chi sta camminando per strada.
È lo stile delle nostre comunità che deve sempre mostrare una maggiore aderenza al Vangelo.
Nell’accompagnare le fragilità e curare le ferite, il principio della gradualità nella pastorale, si afferma in Amoris laetitia, riflette la pedagogia divina: come Dio si prende cura di tutti i suoi figli, a cominciare dai più deboli e lontani, così «la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto» (AL 78), poiché tutti devono essere integrati nella vita della comunità ecclesiale (cfr. AL 297).
Il Papa afferma, infatti, che «nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!» (ib.).
Non limitandosi alle situazioni cosiddette “irregolari”, l’Esortazione, quindi, dischiude l’ampio orizzonte della grazia immeritata e della misericordia incondizionata per «tutti, in qualunque situazione si trovino» (ib.).

giovedì 24 maggio 2018

S. Corinna

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